AuthorMaria Rosaria Spizzirri

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Il Digital Manager, professionista emblematico di questo momento storico. La parola a Raffaele Belli

L’ambito digital, oggi come oggi, non è più un bacino in cui tentare la fortuna: gli italiani online aumentano, di anno in anno, in maniera esponenziale e di conseguenza anche gli investimenti in pubblicità su web. La rete è quindi un mercato a sé , con le sue logiche e le sue strategie.

Ecco, allora, farsi strada la figura del Digital Manager, professionista che – grazie al suo lavoro – riesce a guidare la crescita del business aziendale trasformandone la strategia. E lo fa sfruttando il potenziale delle nuove tecnologie digitali, così da raggiungere il target dell’azienda esattamente nel luogo in cui trascorre buona parte del proprio tempo, ovvero online.

Il Digital Manager, perciò, unisce forti capacità manageriali a conoscenze specifiche delle tecnologie e degli strumenti digitali.

Abbiamo chiesto a Raffaele Belli, giovane Digital Manager che da circa 10 anni lavora per cercare nuove soluzioni strategiche nel digitale, di raccontarci la sua esperienza diretta e spiegarci in che modo affronta le sfide quotidiane che la sua professione riserva.

 

Salve Raffaele. Lei è un esperto di Strategie Digitali e già da tempo aiuta le aziende a ridisegnare e ad affrontare con successo il percorso di Digital Transformation. Qual è stato, però, il suo percorso? Come si è avvicinato alla professione di Digital Manager?

Ho iniziato la mia attività lavorativa nell’azienda di famiglia, fondata nel 1962: una tipografia industriale diventata, in pochi anni, leader nel settore della stampa. Nel corso del tempo, abbiamo lavorato per grandi aziende (Enel – Xerox -Tim) e Pubbliche Amministrazioni su tutto il territorio Nazionale.

Nel 2012, dopo 50 anni di attività, a fronte di difficoltà di vario genere – mancati pagamenti da parte delle PA clienti, ma anche e soprattutto un declino vero e proprio del settore – abbiamo dovuto, purtroppo, arrenderci all’evidenza e chiudere l’azienda.

Posso dire, senza alcun problema, che siamo stati investiti dall’evoluzione delle tecnologie digitali e non siamo stati in grado di ripensare nei giusti tempi il nostro modello di Business.

Personalmente mi occupavo di Digitale già dal 2008, nel settore del Document Management e delle App Mobile. Ma la chiusura della mia azienda ha fatto nascere in me un pensiero fisso: come posso aiutare le aziende a capire quando ripensare il proprio Business e renderle competitive, nell’era digitale?

Ho deciso di approfondire la materia e, grazie ad un Dottorato di Ricerca in Management, sono riuscito a studiare ed analizzare in maniera puntuale, per capire come il digitale stava cambiando interi settori e come le aziende potevano usare metodi o strategie per trasformarsi.

 

Lei ha creato, in questi anni, il suo personalissimo metodo, grazie al quale riesce a definire la strategia digital opportuna per ciascun tipo di azienda con cui si trova ad operare. Può spiegare come è nato e, in linea generale, quali sono i punti essenziali del “Metodo Belli”?

Il “Metodo Belli” nasce sia dalla mia esperienza nel Digitale e nella ricerca scientifica sia dalla conoscenza approfondita di come funziona una PMI e di quali sono i principali ostacoli culturali, organizzativi e manageriali per affrontare un cambiamento così importante e avere successo.

Solitamente, le Imprese che affrontano la costruzione di una strategia digitale fanno 3 errori principali:

  • Si focalizzano sul fare investimenti in tecnologia (sito internet, app mobile, e-commerce);
  • Si lanciano sul Marketing digitale (aprendo un profilo Facebook – Linkedin – Instagram);
  • Non hanno una chiara, definita e condivisa strategia digitale.

Il mio Metodo è stato progettato per dare una risposta consapevole e rapida ad una serie di interrogativi, che partono dal comprendere come si sta evolvendo il settore specifico, al ripensare i servizi/prodotti offerti e a come l’azienda sarà in grado di affrontare le trasformazioni in atto, anche in termini di costi.

È costituito da sette quadranti (Evoluzione del mercato, Digital Positioning, Esperienza digitale, Tecnologia, Sistemi di Marketing, Governance digitale, Pianificazione economica), in ciascuno dei quali vengono definite le scelte strategiche che contribuiscono, nel complesso, a costruire la strategia digitale.

 

E oggi? Dov’è focalizzata la sua attività?

Oggi ricopro il ruolo di Associate Partner in yourDIGITAL.

In yourDIGITAL utilizziamo il Metodo Belli per disegnare e realizzare la migliore Strategia Digitale custom per i nostri clienti.

Lo svolgimento del Metodo avviene mediamente in full immersion di 2-3 giornate in cui, insieme ad almeno due Partner yourDIGITAL, si incontrano l’imprenditore ed il management dell’azienda. Questi momenti sono finalizzati all’analisi del contesto digitale attuale dell’Impresa e all’elaborazione di una Strategia Digitale condivisa e ben delineata.

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Italian Angels for Growth compie 10 anni e raggiunge i 20 milioni investiti

Il più grande network italiano di business angel ha raggiunto nel 2017 i dieci anni di attività: si tratta di Italian Angels for Growth (IAG) che, dal bilancio del decennio, risulta avere investito più di 20 milioni di euro, riuscendo a finanziare e sostenere 40 startup.

Le idee d’impresa esaminate, durante questo periodo, sono state 3.500 e gli startupper incontrati dai soci di IAG più di 800. Tra questi, dopo attenta valutazione, sono state poi selezionate le 40 startup effettivamente finanziate, che hanno avuto la capacità di attirare altri investitori terzi, riuscendo a mobilitare un ulteriore afflusso di capitali che ha toccato – nel complesso – i 60 milioni di euro.
Gli ambiti nei quali Italian Angels for Growth ha individuato le startup da finanziare sono il settore medicale (28% diagnostica e l’11% devices), il mobile (19%), l’e-commerce (17%).

L’associazione conta attualmente 150 soci provenienti da posizioni di vertice del mondo imprenditoriale, finanziario, industriale e delle professioni, che dal 2007 si impegnano prima di tutto nella ricerca di idee innovative da sostenere con i propri capitali, ma anche nella consulenza – forti della solida esperienza acquisita sul campo – rivolta ai giovani imprenditori.

Proprio alla luce dei risultati raggiunti, IAG chiede oggi un intervento legislativo che favorisca i business angel ad investire in realtà imprenditoriali emergenti. Come sottolinea Angelo Leone, presidente di IAG «Senza le risorse messe a disposizione dai soci e senza la loro expertise, non avremmo mai potuto sostenere una serie di progetti che stanno diventando dei veri e propri casi di successo internazionali. […] Il Governo italiano però deve creare un sistema di incentivazione dell’angel investment per far crescere il Paese, così come accade in Francia e in Inghilterra dove lo Stato svolge un ruolo propulsivo importante con agevolazioni fiscali e detrazioni e dove il numero degli Angel attivi sono quasi sei volte di più del nostro Paese».

Gli «angeli» di Italian Angels for Growth: chi è il business angel

La figura del business angel si è fatta strada, negli ultimi anni, di fronte alla crescente difficoltà dei giovani imprenditori nel reperire risorse finanziarie. Si tratta in genere di un investitore che proviene egli stesso dal mondo imprenditoriale e che decide di mettere in campo capitali propri per sostenere idee innovative nelle quali crede fermamente.

Gli angel sono imprenditori o manager che hanno il gusto della scommessa e della sfida e che, oltre a finanziare una o più startup che ritengono di sicuro successo, mettono a disposizione la propria esperienza, conoscenza, contatti, così da creare lavoro e farlo sulla base di un rapporto di fiducia personale che trae vantaggio da un impegno comune.

Normalmente, il finanziamento dal parte del business angel prevede la cessione di quote societarie, ovviamente proporzionate all’investimento effettuato e comunque sulla base quantificata dagli accordi tra le parti.

Quello che il business angel si aspetta è perciò un rendimento sicuro e considerevole: se ha ben valutato la startup, può ottenere notevoli plusvalenze dalla vendita, totale o parziale, delle sue quote di partecipazione all’impresa in cui ha investito.

Una figura che può rappresentare un partner prezioso, dunque, e un sistema di finanziamento in cui l’incontro tra idee e capitali è basato principalmente sul valore dell’idea stessa.

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PNI 2017: i vincitori della XV edizione e le loro idee innovative

Al termine di due giorni intensi di presentazioni e pitch, la più grande business plan competition d’Italia a mettere in rete ricerca, impresa e finanza ha decretato i suoi vincitori. La finale del PNI 2017, svoltasi gli scorsi 30 Novembre e 1° Dicembre per la sua XV edizione, ha visto vincitore assoluto la Ocore, startup siciliana che ha studiato una nuova tecnologia di stampa robotica 3D.

Il riconoscimento, istituito nel 2003 dall’Associazione Italiani degli Incubatori Universitari-PNICube, è stato conferito a Napoli presso l’Università Federico II, promotrice dell’iniziativa insieme a Campania New Steel.

In sole 48 ore si sono messe in campo le idee provenienti dalle 65 migliori startup finaliste – che hanno partecipato e vinto le 17 competizioni regionali (StartCup) che coinvolgono 46 università e incubatori associati, oltre a numerose istituzioni, a cui sono arrivati ben 2.768 neoimprenditori, per un totale di 1.031 idee d’impresa e 531 business plan presentati.
A giudicare le idee di questi giovani talenti, una giuria composta da 28 esperti e professionisti del mondo dell’impresa, della ricerca universitaria e del venture capital. I criteri utilizzati per decretare i vincitori si sono basati su originalità dell’idea imprenditoriale, realizzabilità tecnica, interesse per gli investitori, adeguatezza delle competenze del team, attrattività per il mercato.

I partecipanti al PNI 2017 hanno disputato per 4 premi settoriali di 25mila euro ciascuno: Cleantech&Energy promosso da IREN, ICT offerto da PwC, Industrial sponsorizzato da FS Italiane, Life Science sostenuto da Clinic Center.

Il tutto per un montepremi complessivo di circa di 1,6 milioni di euro. Di questi, oltre 600mila euro in denaro, mentre circa 1 milione di euro erogati in servizi offerti dagli Atenei e dagli incubatori soci di PNICube.

La Ocore, in quanto vincitrice assoluta, si è aggiudicata un ulteriore riconoscimento di 25mila euro da reinvestire nelle proprie attività hi-tech, messo in palio da FS Italiane. E ha garantito all’istituzione accademica di provenienza la Coppa Campioni PNI.

Chi sono i vincitori del PNI 2017

Al primo posto assoluto, premio settore Industrial, la Ocore (StartCup Sicilia) ha presentato un progetto per rivoluzionare l’industria manifatturiera realizzando componenti di grandi dimensioni attraverso la stampa 3D e la tecnologia robotica, attraverso l’utilizzo di materiali compositi polimerici avanzati. L’obiettivo è quello di semplificare i processi produttivi e ridurre i costi di produzione.

Il premio Cleantech&Energy (miglioramento della sostenibilità ambientale) è andato alla Bettery (StartCup Emilia Romagna), che ha sviluppato e brevettato una batteria liquida, a base di litio e ossigeno, più leggera e con una durata 5 volte superiore rispetto a quella delle normali batterie in commercio.

Premio ICT (tecnologie dell’informazione e dei nuovi media) assegnato invece alla Ermes Cyber Security (StartCup Piemonte Valle d’Aosta): la startup, grazie ad algoritmi brevettati basati su machine learning, big data e intelligenza artificiale, ha ideato una soluzione in grado di bloccare completamente gli attacchi informatici e di assicurare una protezione totale di ogni singolo dispositivo.

Infine, il premio Life Science (miglioramento della salute delle persone) se lo è aggiudicato la RY Goldzip (StartCup Calabria), startup ideatrice di una crema, contenente principi attivi tratti dalle Cipolle Rosse di Tropea IGP Calabria, in grado di cicatrizzare le ulcere di qualsiasi tipo e natura nel giro di pochi giorni, e senza richiedere l’applicazione di antibiotici o antinfiammatori.

Accanto ai quattro premi principali, il PNI 2017 ha visto l’assegnazione di due Menzioni e diversi premi speciali.
In particolare, una Menzione speciale “Social Innovation” – per il miglior progetto di “Innovazione Sociale”, definita in base ai relativi criteri espressi dalla normativa per le Startup Innovative – assegnata alla Vince IF’s ICT for Families (StartCup Veneto), ed una Menzione speciale “Pari opportunità”, istituita con l’obiettivo di favorire l’imprenditorialità femminile, assegnata a HoMoLoG e SIXXI Factory, entrambe provenienti dalla StartCup Lazio.

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A caccia di competenze digitali? Ci pensa il cubo di Besourcer

Secondo un recente studio de Il Sole 24 Ore, i ragazzi italiani laureati sono pochi e molto spesso faticano a trovare lavoro perché formati secondo percorsi “non spendibili”. Tanti non sono adeguatamente preparati, specie quando si parla di competenze digitali, mentre una percentuale rilevante di giovani (67%) sbaglia a priori la scelta del corso universitario.

Il percorso di orientamento che precede l’iscrizione all’Università, perciò, diventa di fondamentale importanza per riuscire a indirizzare la propria carriera in maniera adeguata agli interessi ed ai talenti che si possiedono.

Ma non basta. La scarsa o inadeguata preparazione dei giovani laureati è un fenomeno che si ripercuote anche sulle aziende europee, che ormai da cinque anni a questa parte faticano non poco a trovare professionisti che possiedano le competenze digitali e tecniche richieste.

Se si pensa, invece, che dall’altra parte dell’oceano le grandi aziende tech creano ogni giorno hub di formazione per i propri dipendenti e hanno dato vita all’industria del cosiddetto nomadismo digitale, nato dal fenomeno del remote work, ben si comprende come i lavoratori del futuro debbano avere una visione a 360 gradi sulle opportunità formative e lavorative.

È il compito di cui si è fatta carico Besourcer, una piattaforma online – nata da pochi mesi – che ha l’obiettivo di offrire uno spazio in cui ricercare nuove opportunità ed esperienze nel mondo del lavoro, della formazione e dei viaggi esperienziali. Il tutto in un’ottica dedicata in maniera specifica alle competenze digitali.

Il cubo delle competenze digitali

Besourcer opera su sei fronti, rappresentati dalle sei facce di un cubo, ciascuno dei quali contribuisce a soddisfare un aspetto specifico, ma complementare al resto.

Anzitutto, un’Academy in cui vengono proposti i migliori corsi di formazione e-learning, a prezzi scontati o addirittura gratuiti, oltre ad un team di consulenti che orientano gli studenti nella scelta del percorso formativo più adatto.

Accanto a questi, Besourcer mette a disposizione cinque webinar al mese, gratuiti e in diretta sulla pagina facebook, durante i quali si potranno avere informazioni specifiche da parte di ospiti speciali nel settore recruiting e si avrà l’opportunità di conoscere ogni settimana – attraverso delle interviste – tre aziende europee, a caccia di competenze digitali specifiche, che permetteranno ad ogni membro di ricevere offerte di lavoro.

Una faccia del cubo è poi dedicata ai racconti di viaggiatori e nomadi digitali. È possibile leggere le loro storie o anche contattarli per avere maggiori informazioni sulle possibilità offerte dal diventare “nomadi”. Ma anche pubblicare la propria esperienza di viaggio.

Oltre alla formazione e all’orientamento al lavoro, poi, su Besourcer si possono trovare i migliori tool di ricerca e digital marketing per il proprio business. Ogni giorno vengono testati, condivisi e promossi nuovi tool e software, permettendo di risparmiare tempo e risorse. Vengono così segnalati strumenti che possono effettivamente soddisfare, in maniera completa, le necessità soggettive.

Infine, l’ultima faccia del cubo presenta un team di professionisti nel settore digitale che, in diverse parti del mondo, lavora da remoto per supportare chiunque abbia necessità di implementare un progetto, strutturare la propria carriera o definire una strategia per la ricerca di lavoro.

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Arriva il Bonus pubblicità 2018: vantaggi per startup e pmi

Tra le novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2018, spiccano senz’altro le detrazioni fiscali previste per chi acquista spazi pubblicitari. È una delle novità fiscali previste dalla manovra bis, il dl 50/2017, la cui legge di conversione è stata approvata in via definitiva dal Senato. Le misure agevolative del bonus pubblicità riguardano tutti coloro che investiranno in campagne di advertising su Tv oltre che su radio e giornali, analogici e online.
Le detrazioni spettanti sono al 75% per tutti i contribuenti, mentre al 90% per startup, microimprese e pmi.

Di sicuro si tratta di un incentivo estremamente valido per la comunicazione ed il marketing, perché va – da un lato – a stimolare gli investimenti dell’imprenditoria, mentre dall’altro a dare una scossa al settore editoriale, nel tentativo di risollevarlo da una crisi che lo attraversa da circa un decennio. Dal “Rapporto sull’industria italiana dei quotidiani”, infatti, risulta che solo nel biennio 2015-2016 la diffusione dei quotidiani ha subìto un calo pari quasi al 20%. E nel 2017 il trend si è confermato.

Le misure adottate dal Governo, perciò, favoriscono i media tradizionali e lasciano invece in secondo piano i nuovi mezzi di comunicazione digitali (siti e social network in primis), non tenendone in considerazione le potenzialità.

Bonus pubblicità: come funziona?

I mezzi sui quali è possibile acquistare spazi, ottenendo l’agevolazione, sono diversi: emittenti televisive e radiofoniche nazionali e locali, sia analogiche che digitali; quotidiani, magazine, periodici (settimanali, mensili, trimestrali, ecc), webzine e riviste online.
In pratica, l’azienda che acquista uno spazio pubblicitario su uno dei media previsti, si vedrà rimborsato dallo Stato rispettivamente il 75% per cento dell’investimento – se si tratta di una realtà imprenditoriale già consolidata – oppure il 90%, nel caso si tratti di una startup, microimpresa o pmi.

Attenzione, però: ad usufruire del bonus pubblicità sono solo i cosiddetti “investimenti incrementali”, ovvero quegli investimenti pubblicitari che superano almeno dell’1% l’importo investito nell’anno precedente per lo stesso settore.

Chi può usufruirne e per quali periodi

Il credito d’imposta è previsto per diverse categorie:
– Lavoratori autonomi e titolari di partita IVA;
– professionisti iscritti o meno ad albi, ruoli o collegi;
– imprese di qualsiasi natura giuridica: ditte individuali, società, startup e PMI innovative.

Una importante novità è che il bonus pubblicità non riguarda soltanto gli investimenti pubblicitari per il prossimo anno, ma anche quelli effettuati tra il 24 Giugno – data dell’entrata in vigore della legge di conversione – ed il 31 Dicembre 2017. Con un ammontare totale detraibile pari a 20 milioni di euro.

Le richieste si potranno presentare a partire dal primo al 31 Marzo 2018, compilando l’apposito modello on line predisposto dall’Agenzia delle Entrate e inviandolo nelle scadenze previste.

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Dove avviare una startup? La classifica dei 20 posti migliori al mondo

Ogni anno la Startup Genome – organizzazione fondata nel 2010 e che si occupa di ricerca e analisi dei dati per supportare gli ecosistemi locali – realizza il Global Startup Ecosystem Report, ovvero un rapporto che permette di ottenere una fotografia dettagliata degli ecosistemi principali per le startup, diffusi in tutto il mondo. Nell’edizione del 2017, è possibile ritrovare la classifica dei 20 luoghi nei quali avviare una startup si rivela di sicuro successo, realizzata a partire da una serie di fattori che potessero fornire un quadro più che esaustivo della situazione.

Anzitutto, uno dei fattori chiave presi in esame è stata la possibilità, per le startup, di raggiungere i mercati di tutto il globo, di essere connessi con altri imprenditori, nonché il poter accedere alle innovazioni ed ai talenti. Da questo, è nata una vera e propria mappa con i flussi, in cui i nodi principali si sono individuati nella Silicon Valley e, in generale, per la maggior parte nell’America del Nord. Ma anche in Asia (Pechino, Singapore), Medio Oriente (Tel Aviv), Africa (Johannesburg) e America Centrale (Mexico City).

Gli altri parametri considerati per la ricerca hanno riguardato gli investimenti, le valutazioni, la dimensione delle aree metropolitane e la loro ricchezza in termini di PiL. Insieme anche alle caratteristiche degli imprenditori, distinguendo – ad esempio – quanti sono donne e quanti sono immigrati.

Dal complesso dei dati acquisiti grazie a questi parametri, Startup Genome ha creato la classifica dei primi 20 ecosistemi per startup attivi, oggi, nel mondo e nei quali avviare una startup risulta essere più che profittevole.
Si tratta, nell’ordine, di: Silicon Valley, New York, Londra, Pechino, Boston, Tel Aviv, Berlino, Shanghai, Los Angeles, Seattle, Parigi, Singapore, Austin, Stoccolma, Vancouver, Toronto, Sydney, Chicago, Amsterdam, Bangalore.

Tra tutte, spiccano in particolar modo le cinesi Pechino e Shanghai, che non erano presenti nel report dello scorso anno e che confermano la Cina come Paese sempre più all’avanguardia nella creazione di realtà imprenditoriali tecnologiche.

Per ciascuno dei 20 ecosistemi è stata sviluppata una scheda ricca di particolari, completata dai commenti e dalle osservazioni di alcuni dei protagonisti diretti dei diversi ecosistemi locali.

Avviare una startup in Italia: a che punto siamo?

Se nel Global Startup Ecosystem Report non si può fare a meno di trovare tutte le grandi economie europee (Gran Bretagna, Francia, Germania e poi Spagna e Portogallo, Estonia, la Finlandia, la Russia e Malta), ancora si fatica a trovarvi l’Italia.
Nessuna città del Bel Paese è elencata nel report, né come hub per le startup e nemmeno come luogo di connessione tra gli ecosistemi. L’Italia non compare nemmeno tra i runner up, ovvero quegli ecosistemi che stanno accelerando in maniera molto decisa e che presumibilmente già il prossimo anno si troveranno tra i migliori.

Una spiegazione di questo risultato ancora poco lusinghiero, per il nostro Paese, la offre Brad Field – uno dei massimi esperti mondiali di startup ed investitore – secondo il quale ci vogliono circa 20 anni per costruire un ecosistema startup dinamico e fervido.

L’Italia ha una storia ancora troppo recente, se si parla di supporto all’ecosistema startup: basti pensare che il “decreto startup” (chiamato “Decreto Crescita 2.0”), con il quale si è cominciato a ragionare di una cultura più diffusa e di azioni più sinergiche volte alla crescita di un ecosistema, risale appena al 2012.

La strada, quindi, è ancora piuttosto lunga. Tuttavia i presupposti per conquistare un posto d’onore nel panorama globale ci sono tutti.

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Un hackathon globale, lanciato da Accenture, ha premiato i talenti digitali

Si è concluso da pochi giorni il primo Connected Digital Hackathon globale voluto da Accenture, in collaborazione con Expo 2020 Dubai, per mettere in campo idee e progetti di giovanissimi talenti in grado di migliorare le condizioni di vita delle persone, specialmente nelle città.

Una sfida di 24 ore che ha visto coinvolte, in tutto il mondo, un totale di 11 città: Londra, Singapore, Chicago, Dubai, Bangalore, Istanbul, Roma, Manila, Città del Messico, Monterrey e Shangai. In ciascuna di esse molti giovani talenti – laureati e laureandi, giovani imprenditori e startup con competenze specifiche in sviluppo tecnologico, design e marketing – si sono messi alla prova per realizzare soluzioni per rendere più vivibile e sostenibile l’ambiente urbano.

Secondo uno studio della Banca Mondiale, la popolazione mondiale residente nei centri urbani è pari al 54%, rispetto al 30% del 1950. La crescente urbanizzazione, quindi, porta a dover ripensare gli ambienti nei quali le persone vivono e si muovono, con l’obiettivo di migliorarli nella direzione della maggiore inclusività e sostenibilità future. La sfida, infatti, si è ispirata al tema centrale dell’Expo 2020 Dubai: “Connecting Minds. Creating the Future”.

Vincitore internazionale assoluto di questo hackathon globale è risultato il team Wombat di Singapore, che ha realizzato un prototipo che permette di rilevare e prevenire epidemie di febbre dengue e altre malattie trasmesse da insetti.

Al secondo posto della classifica globale, il team Apostle di Chicago. Il loro progetto si è basato su un sistema di Intelligenza Artificiale brain-to-speech che, sfruttando il neural network deep learning, aiuta le persone con disabilità a comunicare.

Terzo posto per il team O.A.S.I.S. di Dubai, che ha affrontato il problema dello spreco dell’acqua realizzando una piattaforma IoT (Internet of Things) che permette il monitoraggio dei contatori e fornisce consigli agli utenti in tempo reale.

Hackathon globale Accenture: i risultati dell’Italia

Le squadre italiane – ospitate a Roma presso la sede di Accenture – hanno visto la partecipazione di 50 giovani, suddivisi in dieci team, che hanno lavorato con la supervisione di alcuni mentor, professionisti del mondo digitale. I premi riservati ai primi tre classificati sono stati rispettivamente di 2.500, 1.500 e 1.000 euro in voucher per l’acquisto di prodotti tecnologici.

Al primo posto, per l’Italia, il team EL-ISA con la app Open World. Si tratta di una applicazione che permette ai migranti di mettersi in contatto facilmente con eventuali familiari e amici già presenti nel nuovo Paese in cui arrivano. Una tecnologia blockchain assicura una chat efficace e affidabile. La app, inoltre, è utile per ricevere assistenza nell’espletamento di pratiche burocratiche.

Secondo classificato il team PENTA, che ha realizzato il prototipo di una smart platform – Electric Vehicles IN THE BOX – per la condivisione di box auto. I proprietari dei garage possono segnalare tramite la app tutte le caratteristiche dei propri box: gli utenti perciò, oltre a sapere quali e quanti box sono disponibili in un dato momento, sono in grado di scegliere quello più adatto alle loro esigenze.

Il terzo posto italiano, in questo hackathon globale, è toccato allo Stranger Team. La loro DIG it up è una soluzione basata sulla realtà aumentata, che insegna ai bambini la storia attraverso il racconto dei protagonisti. I personaggi storici più famosi si trasformano in divertenti animazioni e, interagendo direttamente con i più piccoli, raccontano le loro avventure.

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Traction Management, una startup per accelerare le startup

Mediamente, nove startup su dieci falliscono. E le aziende italiane che sopravvivono al quinto anno di attività sono poco più del 60%. I motivi cui imputare il fallimento sono certamente diversi, considerando che ciascuna azienda ha la propria storia ed il proprio vissuto. Allora, uno strumento per riuscire ad accelerare le startup in maniera efficace arriva proprio da un’altra startup. Si chiama Traction Management ed è una startup fondata da esperti che hanno deciso di mettere in campo le loro capacità e competenze a servizio dei giovani imprenditori. L’idea è che la traction sia la chiave per generare una crescita, sotto diversi aspetti.

Come ha ben sottolineato Francesco Geraci, CEO e founder di Traction Management, «Generare traction per le startup è un motore di business che contribuisce a sviluppare e consolidare il sistema delle imprese nel nostro paese. Per questo siamo al fianco di numerose iniziative fin dal loro avvio e continueremo a supportare quelle idee imprenditoriali, valide e sostenibili nel tempo, che arrivano da giovani di talento che vogliono cambiare il mondo».

Ad oggi, questa innovativa startup che aiuta ad accelerare le startup, segue e supporta la crescita di oltre 25 piccole realtà imprenditoriali. A queste, offre servizi di consulenza ed assistenza da parte di Traction Experts, che verificano le strategie di ciascuna di esse e impostano i dovuti aggiustamenti. Inoltre, mette a disposizione dei Traction Tools, strumenti che consentono di ottenere liste di possibili investitori, analisi di massima sulla probabilità di successo della startup e infine – più rilevante tra gli altri – un tool per risolvere problematiche di marketing che le startup devono affrontare nella fasi iniziali di sviluppo.

Cos’è la traction e come aiuta ad accelerare le startup

Molte nuove imprese e startup hanno spesso difficoltà ad avviarsi e svilupparsi. Trovare un capitale sufficiente per finanziare un’azienda in via di sviluppo e mantenerlo “attivo” può essere difficile per un’azienda che non ha avuto il tempo sufficiente per mettersi alla prova ed operare all’interno del mercato.

È proprio grazie alla traction che le imprese di nuova costituzione possono attrarre potenziali investitori e ottenere un vantaggio competitivo nel loro settore specifico.
In sostanza, la “trazione” è la capacità di un’azienda di fare presa sul mercato, di guadagnare visibilità e, di conseguenza, acquisire un’utenza (investitori e clienti) coinvolta e interessata ai suoi prodotti e servizi. Il tutto, ovviamente, utilizzando specifiche strategie, con un occhio al cambiamento, per individuare i canali più adatti alla acquisizione di clienti e di lead.

La traction, quindi, si riferisce a quanto una startup sia in grado di progredire e a quanto riesca a mantenere lo slancio iniziale durante il processo di crescita.
Non c’è una modalità univoca per misurarla. Solitamente, le aziende utilizzano la percentuale dei clienti acquisiti e l’ammontare delle entrate come indicatori del loro successo.

Il ragionamento che risiede alla base dello sviluppo della traction, dunque, è quello di accelerare le startup, aiutando a far crescere il business man mano che gli obiettivi aziendali specifici vengono raggiunti.
Sebbene possa sembrare un concetto puramente astratto, riveste una certa importanza nell’agevolare l’azienda a capire che posizione occupa, nel proprio settore specifico, e dove vorrebbe arrivare.

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Strumenti di finanza alternativa per le startup: in Italia cresce l’equity crowdfunding

Il numero delle startup e delle piccole medie imprese innovative, in Italia, sta crescendo in maniera esponenziale. Ad oggi, sono presenti nel Bel Paese più di 80 mila di queste nuove realtà imprenditoriali. E il merito si deve in larga parte anche e soprattutto agli strumenti di finanza alternativa che permettono, ai giovani imprenditori, di mettere in campo le proprie idee.
Si parla, in prima istanza, dell’equity crowdfunding, una modalità di accesso al credito che sta spopolando da alcuni anni a questa parte.

Ne fa un quadro esaustivo il magazine CrowdfundingBuzz, che ha realizzato un report dei primi tre anni di “attività” del crowdfunding in Italia.
È dal 2014, infatti, che questa forma di finanziamento di progetti innovativi – regolamentata ufficialmente dalla Consob nel 2013 – è partita a pieno regime anche su territorio italiano. In tre anni, si sono registrati quasi 10 milioni di euro raccolti, 42 campagne e un numero medio di 67 investitori per ciascuna campagna.

Finanza alternativa con l’equity crowdfunding: come funziona?

Questa modalità di finanziamento si basa essenzialmente sulla attività di alcune piattaforme (in totale 19) espressamente autorizzate e riconosciute dalla Consob e regolarmente iscritte nel registro dei gestori dei portali. Attraverso queste piattaforme, avviene una vera e propria raccolta di risorse finanziarie dalla “folla” (crowd). Ciascun investitore può scegliere l’importo da versare, a fronte del quale ottiene delle quote azionarie.

La Consob stessa dà una efficace definizione di crowdfunding: “Si parla di equity-based crowdfunding quando tramite l’investimento on-line si acquista un vero e proprio titolo di partecipazione in una società: in tal caso, la “ricompensa” per il finanziamento è rappresentata dal complesso di diritti patrimoniali e amministrativi che derivano dalla partecipazione nell’impresa.”

Il meccanismo, quindi, è estremamente semplice e diretto. Per renderlo ancor più snello, nel 2016 la Consob ha apportato alcune modifiche che agevolano le procedure di gestione delle campagne, in modo da riuscire a creare una base più ampia di investitori.

I numeri dell’equity crowdfunding dal 2014 ad oggi

I dati raccolti da CrowdfundingBuzz in una infografica mostrano, proprio con riferimento al 2017, una impennata nell’utilizzo di questo strumento di finanza alternativa.

Per quel che riguarda le piattaforme che hanno registrato il maggior numero di successi, in termini di campagne, si tratta di Mamacrowd, Starsup e CrowdFundMe. Rispettivamente, i capitali raccolti ammontano a 4,7 milioni, 2,9 milioni e 2,4 milioni di euro.
In totale, considerando il complesso delle piattaforme, ci si avvicina ai 10 milioni di euro.

Le campagne portate a termine con successo sono passate da 4 (nel 2014) a 42 (nel 2017). E il numero degli investitori è passato, in tre anni, da poco più di un centinaio a quasi 3 mila, tra privati e società, con una media – nell’importo investito – pari a poco più di 4 mila euro.

Da notare, il terzo trimestre del 2017 in cui si è registrato il picco per quel che riguarda gli importi raccolti: 3,3 milioni di euro che sono andati a finanziare 14 nuove imprese.

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Innovazione digitale a Roma con Maker Faire, fiera degli artigiani digitali

Per chi ha fatto del “Do It Yourself” una filosofia di vita e di carriera lavorativa, il prossimo Dicembre si aprirà all’insegna delle nuove tecnologie con la quinta edizione della Maker Faire-The European EditionLa fiera della innovazione digitale, dedicata a professionisti, amatori, artigiani delle nuove tecnologie – i cosiddetti maker – si svolgerà presso Fiera di Roma dall’1 al 3 Dicembre, in uno spazio espositivo di oltre 100 mila metri quadrati, suddivisi in sette padiglioni.

Si tratta di una manifestazione che vuole promuovere l’innovazione ed il fare impresa, in Europa, con attenzione posta specificamente al settore dell’artigianato digitale. Come spiega Alessandro Ranellucci – coordinatore esecutivo contenuti Maker Faire – il tema di quest’anno è incentrato sulla Impresa 4.0, perché «vogliamo mettere in evidenza come le nuove tecnologie possano essere impiegate in ogni settore d’impresa: nell’agricoltura, nella produzione di cibo sano, e in molti altri ambiti»

Ente promotore ed organizzatore dell’iniziativa – in collaborazione con la Regione Lazio – è la Camera di Commercio di Roma, a cui si affiancano diversi partner di rilievo, tra cui Eni, Gruppo Bnl – Artigiancassa, Trenitalia, Leroy Merlin.

La Maker Faire, in sostanza, racconta i maker di oggi e quanto di meglio è offerto dalle tecnologie DIY. Ma punta a disegnare lo scenario di domani, offrendo la possibilità di scegliere e combinare nel modo migliore l’esperienza passata e presente.

Sette ambiti per la innovazione digitale artigianale

Ciascuno dei sette padiglioni della Maker Faire sarà dedicato ad un tema specifico. Si va dai droni volanti, terrestri ed acquatici, insieme ai mezzi di trasporto innovativi (Move), ai progetti dedicati alla vita in tutte le sue forme (Life/Robots).

Passando poi al settore domotica, giochi, wearable, e tutto ciò che di interattivo si può trovare nel gran calderone dell’innovazione digitale (Interactive); alla manifattura artigianale, al riciclo e riuso, anche con l’utilizzo di stampanti 3D o bracci robotici (Fabrication).

Ancora, spazi che presentano progetti speciali sui temi dell’agricoltura, del food, dell’arte, della musica (Food/Music/Art), accanto a vere e proprie opere d’arte realizzate con combinazioni di luci (Light&Darkness).

Su tutti, campeggia il padiglione dedicato ai più giovani (Young Makers), dove bambini e ragazzi potranno seguire workshop, oltre che svolgere attività creative e ricreative. Uno spazio di oltre ottomila metri quadrati, curato e gestito da Codemotion Kid, in cui anche e soprattutto l’aspetto educativo avrà un ruolo fondamentale. Dieci isole didattiche coinvolgeranno i piccoli partecipanti in sfide durante le quali potranno diventare dei veri e propri creatori di tecnologia, lavorando con gli strumenti del mestiere, come artigiani della futura innovazione digitale.

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